Tre riflessioni sulla guerra accendono il Film Festival (L'Arena - marted́ 21 agosto 2007)

Grandi apprezzamenti per la pellicola dello svizzero Mariani. Nessuna svolta storica nella pellicoola su Marozin, figura controversa della Resistenza Veronese.

di Vittorio Zambaldo
Tre film sulla guerra, quelli proiettati nella serata di domenica al Film Festival della Lessinia di Bosco e tre modi diversi di parlarne. «Siachen. Una guerra per il ghiaccio», del ticinese Fulvio Mariani, sceneggiato da Mario Casella, è un film inchiesta che tratta la guerra in maniera ironica, come solo chi la odia sa fare. Basta osservare il cambio della guardia sulla frontiera fra India e Pakistan per capire la retorica dei gesti militareschi. Un tifo da stadio accompagna i movimenti burattineschi da una parte e dall’altra della dogana per aprire e chiudere un cancello che mai nessuno varca e sul quale il regista indulge impietosamente.
Sono due taniche, di quelle usate per il carburante, a raccontare da una parte e dall’altra della frontiera il viaggio verso il Siachen, il ghiacciaio del Baltoro, nel Karakorum fra i 5000 e i 7500 metri, pochi chilometri quadrati di nevi perenni contese da vent’anni.
Mariani, che è anche alpinista e ha realizzato diversi film su imprese alpinistiche, ha deciso di arrampicarsi nell’animo umano, piuttosto che riprendere chiodi e moschettoni: «Mi affascina di più questo tipo di montagna, anche se devo purtroppo parlare di guerra». Una guerra che ha prodotto 4 mila vittime, anche se dal 2003 è rispettata la tregua: «Adesso i militari di una parte e dell’altra possono solo ammazzare il tempo», commenta fuori campo il regista.
Ma ci sono altre vittime, come l’ambiente inquinato e milioni di indiani che vivono con meno di 2 dollari al giorno mentre mantenere 20 mila soldati sul Siachen costa 8 milioni di dollari al giorno.
L’abilità del montaggio mette a confronto dichiarazioni di generali e ufficiali con la realtà di soldati che sarebbero in contatto con la famiglia ogni settimana, ma poi dimostrano di non saper neanche da che parte parlare nella cornetta del telefono: situazioni assurde, ferocemente ironiche, come il magistrale balletto sui ramponi che affondano nel fango.
Va visto da chi crede che ci siano ancora guerre giuste, come anche «Alpujarreño», dramma del giovane argentino Maxi Subiela De Biase, da cinque anni residente a Verona. Girato interamente all’aperto con una telecamera in mano, come scelta stilistica dell’autore. Usa filtri e invecchiamento dell’immagine che creano l’atmosfera della Spagna appena uscita dalla guerra civile: finita per i libri, non per l’animo delle persone che hanno odi sopiti e ferite mortali vere che si aprono ancora.
Deludente «Detto Vero. Stanza per Marozin», opera prima di Davide Spinielli: avrebbe voluto «far chiarezza con rigore su una figura controversa della Resistenza», ma venti minuti di riprese ineccepibili, anche se troppo ripetute con il taglia e incolla, non aggiungono né tolgono nulla a quanto già si sapeva. «Ci siamo accorti che la storia non porta a verità», ha precisato il regista in apertura: una sola idea, molto relativa e un’occasione persa.