La solitudine Ğrubağ la vita sulle montagne (L'Arena - 22nd August 2007)

La cinepresa vuol capire come si resta legati a un sistema «Lavoro in perdita, ma innamorati della nostra terra»

di Vittorio Zambaldo

È difficile non pensare a cosa sarà la Val d'Ultimo quando i fratelli Luis e Wascht e la loro madre Zilla la lasceranno per sempre, quando non ci sarà più nessuno capace di falciare l'erba attorno ai sassi che affiorano dal prato, a intrecciare pelle di vacca per realizzare le corde necessarie al trasporto del fieno, quando quei pascoli, quelle stanze, quella stalla non saranno più asperse con l'acqua benedetta e incensate col turibolo la vigilia dell'Epifania, come si fa da tempi antichissimi.
Josef Schwellensattl, regista sudtirolese nato proprio in Val d'Ultimo e da anni residente nel Veronese, ha filmato, per metafora, un anno della sua infanzia, perché quello che Luis, Wascht e Zilla fanno oggi sono gesti che si ripetono secondo un calendario comandato da Dio e dalla natura più che dalle loro libere decisioni.
"Das Kalb in der Kuh und das Korn in der Kist'" (Il vitello nella vacca e il grano nella cassa) è un anno di vita raccontato con immagini stupende da un maestro della fotografia, prodotto per la televisione di Monaco Bayerischer Rundfunk, benemerita per la produzione che in tante edizioni del Film Festival si è potuta vedere.
Il risultato si deve oltre alla bravura di Schwellensattl, e alla naturalezza con cui i montanari sudtirolesi interpretano se stessi, al fatto che quella è stata anche la vita dello stesso regista. Ora è dietro la cinepresa che cerca di capire e interroga perché quei due fratelli e la loro madre siano ostinatamente legati a quel sistema: "Tutto il nostro lavoro è in perdita. Lo si fa per amore della nostra terra, per patriottismo", risponde Luis, proprio come esporre la bandiera tirolese quattro volte all'anno sul pennone del maso.
Ma c'è un'erba più cattiva della cresta di gallo, che si mangia il vitellino nella pancia della madre e il grano nella cassa, proverbio che dà il titolo al film, ed è la solitudine. Ha già portato via dalla Val d'Ultimo le ragazze, prima quelle che questa vita non l'avrebbero mai fatta e poi anche quelle che aspettavano la discesa delle slitte cariche di fieno per valutare le più ben fatte e scegliersi il fidanzato che non desse solo amore ma anche garanzia di saper condurre meglio degli altri un maso. La festa dell'arrivo del fieno, dalla baita al maso, è una festa a metà: non si balla più senza l'altra metà del cielo.
Al festival di Tegernsee il film ha già vinto il premio del pubblico e come miglior documentario e anche in Lessinia ha impressionato.
La solitudine, ma in una chiave tutta introspettiva, è anche il tema di "Bellavista", dal nome dell'albergo di famiglia di Giuliana a Sappada, enclave linguistica minoritaria nelle Alpi Carniche.
Girato dal regista austriaco Peter Schreiner, sono 117 minuti in bianco e nero, in una prima parte dove risulta il contrasto fra la festa del famoso carnevale sappadino e l'animo di Giuliana oppresso dalla malinconia e dalle ombre della sua vita. Nella seconda risalta la vitalità della lingua Plodar a cui Giuliana si dedica incontrando alcuni anziani del paese: un ritorno alle origini che mette in discussione cosa significhi vivere in montagna per scelta o per costrizione.